Picula, ‘forte messaggio Ue a chi viola gli standard democratici in Serbia’
Via libera del Parlamento europeo alla relazione annuale, ‘adesione legata a progressi su Stato di diritto, elezioni e lotta alla corruzione’
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La relazione annuale del Parlamento europeo sulla Serbia lancia "un messaggio forte e chiaro sia a tutti coloro che stanno violando gli standard democratici nel Paese, sia a tutti coloro che si battono per un futuro europeo migliore per la Serbia". Lo dichiara l'eurodeputato Tonino Picula che commenta a ChatEurope l’esito del voto in plenaria sul dossier di cui è relatore al Parlamento europeo.
Il testo, adottato con 468 voti a favore, 116 contrari e 79 astensioni, pone un accento critico sul processo di adesione di Belgrado all’Ue e sottolinea che "i negoziati dovrebbero procedere solo quando si saranno registrati progressi misurabili e sostenibili in settori come lo Stato di diritto, le elezioni libere e la lotta alla corruzione".
"Invece di aprire i capitoli, il governo serbo sta aprendo dilemmi interni e problemi con i paesi vicini", dice Picula, sottolineando che la relazione approvata dall’Eurocamera non è da intendersi "contro il popolo serbo".
Nei giorni scorsi, la Commissione aveva invitato gli Stati membri ad aprire a luglio il cluster 3 ("Competitività e crescita inclusiva") dei negoziati di adesione della Serbia all'Ue, ritenendo che Belgrado avesse compiuto progressi sui principali dossier e che fosse garantito il necessario "equilibrio complessivo" per procedere all'apertura del cluster che, "dal punto di vista tecnico", è pronto per essere aperto da oltre quattro anni.
Gli Ambasciatori dei Ventisette, riuniti in Coreper, tuttavia, non hanno dato seguito alle raccomandazioni dell’esecutivo Ue a causa dell’opposizione di Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Belgio, Estonia, Lituania, Bulgaria e Croazia. "La questione - commenta Picula - non è se l’Ue voglia la Serbia come membro, ma se a lungo termine il governo serbo sia pronto ad attuare le riforme necessarie per correggere tutti i problemi e le carenze presenti nella società serba".
Le criticità sullo Stato di diritto, il mancato allineamento di Belgrado alle sanzioni Ue contro la Russia e la stretta ai media sono tra le questioni di maggiore frizione con Bruxelles che in questi anni hanno fatto arenare il processo di integrazione.
"Non dobbiamo dimenticare che la Serbia è un Paese che aspira a diventare membro dell’Ue, ma la sua agenda di politica estera è in netto contrasto con tale obiettivo, mentre in molti casi si allinea con attori globali i cui interessi sono in forte opposizione a quelli dell’Ue", spiega ancora Picula.
Controversa anche la postura adottata da Belgrado nei rapporti con gli altri Paesi dei Balcani. "Non riteniamo - dice l’europarlamentare - che il concetto del cosiddetto ‘mondo serbo’ possa essere riconosciuto come una politica di buon vicinato, non è possibile conciliare l’integrazione nell’Ue con il tentativo di destabilizzare o interferire con la politica dei paesi confinanti".
Quanto alle dimissioni del presidente serbo Aleksandar Vučić dopo più di un anno e mezzo di proteste di piazza, Picula parla di "strategia calcolata" con cui il capo di Stato punta a "rimanere al potere il più a lungo possibile". "La Serbia - spiega - vive da quasi due anni in uno stato di emergenza non dichiarato e nelle società democratiche l’unica via d’uscita dalla crisi è l’organizzazione di elezioni, ma il voto deve essere libero ed equo e in questo momento non siamo certi che in Serbia siano soddisfatte tutte le condizioni perché lo sia".