La partita di Meloni tra Ue e Usa, il gelo con Merz sugli asset
Roma incassa il rinvio del Mercosur e spinge sul debito comune. La sponda di Orban
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L'elefante entra nella stanza solo alcune ore dopo il tramonto. Ha il volto degli asset russi e i contorni di una Europa che, forse per la prima volta, sembra pronta a lasciare qualcuno indietro in nome di un'azione, reputata di importanza superiore. E' in questo contesto che Giorgia Meloni viene chiamata ad una sfida di certo difficile, tenere ancora una volta intatto quell'equilibrio transatlantico che, dall'uso dei beni russi congelati, potrebbe uscire ridimensionato. Perché una parte dell'Ue è a Donald Trump, oltre che a Mosca, che guarda, quando punta ai cosiddetti Prestiti di Riparazione. In tal modo si toglierebbero, di fatto, gli asset del Cremlino dalla disponibilità non solo di Mosca ma anche di Washington. Nel rapporto tra Ue e Usa, tra turbo-europeisti, sovranisti e equilibristi, non entra solo il dossier degli asset ma anche l'altro tema caldissimo del summit, il Mercosur.
E la premier italiana gioca fino in fondo la sua doppia partita. Facendo saltare il viaggio di Ursula von der Leyen e Antonio Costa di sabato in Brasile per la firma dell'intesa. Un viaggio preparato con cura dai vertici Ue che, a quanto si apprende, sono rimasti molto sorpresi e un tantino indispettiti dal cambio di passo dell'Italia, che solo qualche giorno fa ha chiesto con nettezza il rinvio dell'accordo. Consapevole che - vista la già prevista contrarietà di Francia e Polonia - la posizione di Meloni sarebbe stata decisiva. Ma sull'uso degli asset, per la presidente del Consiglio, la partita sin dall'inizio è stata più complicata.
I vertici Ue, con la sponda di Friedrich Merz e della presidenza danese, si sono presentati con una bozza di conclusioni che includeva i Prestiti di Riparazione e lo schema di garanzie da offrire al Belgio. Di lì in poi il summit si è diviso in due tronconi. Ai piani più alti il tavolo dei leader, impegnati a discutere di tutti gli altri temi previsti dal vertice ad eccezione dell'Ucraina. Qualche metro più sotto le riunioni tecniche. Quelle più importanti. Quelle che hanno visto protagonisti la Commissione da un lato e la delegazione belga dall'altro. Con Bart De Wever a fare idealmente da schermo a tutti coloro che, sull'uso degli asset, hanno sempre avuto perplessità. A cominciare da Roma e con Parigi che neanche ha mai mostrato eccessivo entusiasmo per l'uso degli asset.
Fonti italiane, mentre i leader ancora non avevano cominciato a discutere, finalmente, della questione degli asset, spiegavano come le garanzie chieste dal Belgio restavano "costosissime" e quindi inaccettabili, e rilanciavano - con la conferma di fonti europee - le altre due opzioni, quella dei prestiti con debito nazionale e quella dei prestiti attingendo al bilancio pluriennale e al debito comune. Con un'appendice: la possibilità di un mix delle due opzioni, in attesa che si sciolgano i nodi sull'uso degli asset russi. O che, su tavoli ben diversi, Usa, Ucraina e Russia arrivino ad una pace.
Ed è qui che, tuttavia, è entrata in campo la spinta dei frugali e dei turbo-europeisti. Pronti a tutto pur di evitare il debito comune. Lesti nel mettere sul tavolo la questione morale - punire l'invasore - che soggiace all'uso degli asset russi. Secondo diverse fonti europee prima del vertice ha avuto luogo un trilaterale - non confermato tuttavia da Palazzo Chigi - tra Von der Leyen, Merz, e Meloni. Di certo, i tre sono stati tra gli ultimi a entrare in sala. Diverse ore dopo il rebus, nonostante il pressing di Berlino, restava irrisolto. Nel frattempo, piccoli movimenti tellurici smuovevano gli equilibri sul tavolo.
Come quando Viktor Orban ha fatto sapere di essere favorevole a votare (senza metterci soldi) di fare debito comune per Kiev pur di non usare gli asset. Una posizione, la sua, giustificabile non solo con l'alleanza tra Ungheria e Russia ma anche con la volontà di non permettere che in Ue passi a maggioranza qualificata una misura così importante come quella dell'uso dei beni russi. La partita, in fondo, è anche questa: quella tra una Ue che decide a maggioranza isolando chi rema contro e una Unione che, sui temi più importanti, non si smuove dal quorum dell'unanimità. Ed in questa partita Orban e Meloni viaggiano sullo stesso binario.