L'Italia rischia sanzioni da un miliardo a semestre
Patto di stabilità, le nuove regole Ue in caso di inadempienza nel rientro sul deficit
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Una sanzione per ben oltre un miliardo di euro ogni sei mesi, con un conto totale che può salire anche sopra gli undici miliardi: tanto varrebbe, in teoria, secondo le regole europee la mancata applicazione per l'Italia del nuovo Patto di stabilità entrato in vigore nel 2024. Dopo la serrata trattativa per ridisegnare le regole di bilancio comuni, alla scadenza della clausola di salvaguardia che con il Covid aveva sospeso i controlli, il sistema è stato infatti ridisegnato non solo con nuovi criteri e ma anche con nuove garanzie di applicazione, sanzioni incluse.
In Italia si è infiammato il dibattito sulla richiesta fatta domenica dal senatore della Lega Claudio Borghi di un "abbandono del Patto, eventualmente anche unilaterale". Va subito detto, però, che propriamente non si può 'uscire' dal Patto di stabilità: non si tratta di un trattato singolo dal quale si possa recedere, ma di un insieme di regole per garantire che i Paesi abbiano finanze pubbliche sane. Alcuni vincoli sono anche ancorati nei Trattati Ue, come il limite del deficit al 3% del Pil e del debito al 60%.
Il tema sarebbe quindi più che altro quello di un'eventuale disapplicazione delle regole Ue. Ed è prevedibile che al di là di teoriche sanzioni potrebbe innescare un confronto istituzionale con Bruxelles. "Gli Stati membri soggetti a una procedura per disavanzo eccessivo dovrebbero rispettare il percorso correttivo raccomandato dal Consiglio", ha chiarito all'ANSA un portavoce della Commissione, interpellato sull'ipotesi di scostamento.
L'Italia infatti è già oggi dentro il 'braccio correttivo' previsto dal Patto per chi sfora: nel 2024 è stata aperta la procedura per disavanzo eccessivo, dopo un deficit pari a circa il 7,4% del Pil nel 2023. E, come noto, il 2025 si è chiuso con un deficit al 3,1%, stando al dato Istat della scorsa settimana. Il nuovo quadro europeo mantiene la struttura di fondo precedente (procedura per deficit eccessivo e procedura per debito eccessivo), ma cambia profondamente il modo in cui gli Stati vengono valutati.
Il fulcro è una traiettoria di spesa netta definita in piani di medio termine negoziati dai Paesi con la Commissione europea. Nel caso italiano, il Consiglio dell'Ue ha raccomandato di riportare il deficit sotto la soglia del 3% del Pil entro il 2026, con un aggiustamento strutturale annuo di circa lo 0,5% del Pil, e l'impegno a restare sul percorso di spesa concordato. Si concentra qui il nuovo sistema: lo scostamento dalla traiettoria non è più un elemento secondario, ma il cuore della valutazione.
Dei correttivi erano previsti anche nel 'vecchio' Patto, ma erano così estremi da restare lettera morta (i Paesi avrebbero dovuto aggiustare i conti per ridurre di un ventesimo l'anno il debito eccedente il limite al 60% del Pil). Ora in caso di "mancata azione efficace", il regolamento prevede sanzioni fino allo 0,05% del Pil ogni sei mesi, cumulabili fino a un massimo dello 0,5%. La base di calcolo è il Pil nominale a prezzi correnti secondo il sistema statistico europeo (Sec 2010), validato da Eurostat.
Sulla base del dato Eurostat per il 2025 diffuso la scorsa settimana (2.258.048 milioni di euro) il calcolo è presto fatto: poco più di 1,1 miliardi di euro ogni sei mesi, mentre lo 0,5% teorico varrebbe 11,3 miliardi. Perché la multa arrivi davvero, ci deve essere però una valutazione da parte della Commissione che sia assente l' 'azione efficace', e dev'esserci quindi una decisione del Consiglio.
Un altro elemento centrale del nuovo Patto è il cosiddetto 'conto di controllo', che registra gli scostamenti dalla traiettoria di spesa. Per i Paesi fuori procedura questi scostamenti non portano in pratica a sanzioni, ma a richiami della Commissione, e, nel caso, alla richiesta di rivedere i piani di spesa. Per i Paesi già in procedura, invece, la deviazione può essere interpretata come 'mancata azione efficace', aprendo la strada a un'escalation fino alle sanzioni.