Avanti con un altro taglio dei tassi, ma con la gradualità di un quarto di punto alla volta e senza legarsi le mani con impegni sul futuro. E' il compromesso fra le anime della Bce raggiunto il 12 dicembre dalla presidente della Bce Christine Lagarde: allentare la stretta monetaria, di fronte alla crescita che peggiora, abbandonando l'intonazione restrittiva di politica monetaria. Ma senza strappi, quindi escludendo per ora un taglio più robusto da mezzo punto percentuale. Gli equilibri nel Consiglio direttivo hanno prodotto quello che da settimane si attendevano gli investitori: un quarto taglio dei tassi da 25 punti base da quando la Bce ha iniziato ad allentare la politica monetaria la scorsa primavera, identico a quelli di di giugno, settembre e ottobre, che porta il tasso sui depositi al 3%. "C'è stato un dibattito con qualcuno che ha proposto di considerare un taglio da mezzo punto, ma alla fine c'è stata la decisione unanime che 25 punti base rappresentavano la giusta decisione", ha spiegato Lagarde.
Il comunicato finale e le parole della Lagarde abbandonano la formula secondo cui la Bce "manterrà i tassi di riferimento su livelli sufficientemente restrittivi". Segno che la Bce intende andare perlomeno verso una politica neutrale, se non espansiva come chiedono le 'colombe', portando i tassi verso un livello che Lagarde ha quantificato "poco al di sopra" del 2%: gli economisti prevedono si raggiunga entro giugno 2025. A Francoforte si è tenuto conto delle richieste delle colombe di dare più ossigeno alla crescita, ma anche della prudenza dei 'falchi'. Da una parte, ci sono una ripresa dell'economia dell'area euro "più lenta del previsto" e gli indicatori più recenti che puntano su un Pil negativo nel quarto trimestre, con la Francia impantanata nella crisi politica, la Germania in recessione e l'Italia a crescita zero nel trimestre estivo. La crescita attesa dalla Bce per l'area euro si ferma così allo 0,7% nel 2024 (da 0,8% di settembre), a 1,1% nel 2025 (da 1,3%) e dell'1,4% nel 2026 (da 1,5%) e viaggia all'1,3% nel 2027.

L'obiettivo d'inflazione sostenibile al 2%, anche se Lagarde puntualizza che "non è ancora missione compiuta", è ormai in vista con stime sono ulteriormente limate al 2,1% per il 2025 e all'1,9% per il 2026. Numeri che, sulla base dei contratti derivati sui terminali Bloomberg, danno un taglio da 50 punti base come attesa principale degli investitori per la riunione Bce del 30 gennaio. "Non ci penso, davvero" è invece la risposta prudente della Lagarde. Anche se "le cose cambiano nel tempo, in funzione dei dati" e "molte cose si chiariranno nei prossimi mesi, non nelle prossime settimane". Una posizione cauta che scontenta chi, fra i politici italiani, invocava una Bce più coraggiosa. Anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, aveva chiesto "più coraggio" alla Bce perché andare avanti al ritmo di un quarto di punto alla volta "non è abbastanza" di fronte a una crisi industriale che tiene il manifatturiero in recessione da quasi due anni. Per Lagarde la domanda di uno stimolo maggiore alla crescita "andrebbe fatta a qualcun altro", cioè ai governi nazionali che hanno in mano le leve del bilancio e quelle della politica industriale che dovrebbe affrontare la crisi strutturale dell'auto. La Bce è già abbastanza impegnata a stabilizzare l'inflazione, dove gli effetti dei dazi promessi da Trump sono tutti da decifrare: complessivamente sarebbero al rialzo sui prezzi, e questo spiega una parte della cautela. Un'altra parte è data dalla volontà di non tagliare tutto subito, ma lasciarsi un margine di manovra qualora si concretizzassero i rischi globali. E poi c'è il cambio euro-dollaro, con l'euro già adesso un passo dai minimi di oltre due anni poco sopra la parità. Un'eventuale accelerazione a gennaio o a marzo nel ritmo dei tagli dei tassi "è subordinata al fatto che la fase di forza del dollaro si arresti dopo l'insediamento di Trump il prossimo 20 gennaio", ha detto il chief global strategist di Intermonte Antonio Cesarano.
Diese Übersetzung, Untertitelung bzw. Vertonung wurde durch KI generiert, ohne menschliche Prüfung oder Bearbeitung. Sie wird ohne Gewähr („wie sie ist“) gemäß den Nutzungsbedingungen der Plattform angeboten.
Weiter mit einer weiteren Zinssenkung, jedoch mit der Behutsamkeit von einem Viertelprozentpunkt pro Schritt und ohne sich durch Verpflichtungen für die Zukunft die Hände zu binden. Dies ist der Kompromiss zwischen den verschiedenen Positionen innerhalb der EZB, den EZB-Präsidentin Christine Lagarde am 12. Dezember erreichte: die Geldpolitik angesichts der sich verschlechternden Wirtschaftslage zu lockern und die restriktive Ausrichtung der Geldpolitik aufzugeben. Aber ohne drastische Schritte, was bedeutet, vorerst eine stärkere Senkung um einen halben Prozentpunkt auszuschließen.
Die Ausgewogenheit im EZB-Rat führte zu dem, was die Investoren seit Wochen erwarteten: einer vierten Zinssenkung um 25 Basispunkte seit Beginn der Lockerung der Geldpolitik im vergangenen Frühjahr – identisch mit denen im Juni, September und Oktober. Dadurch sinkt der Einlagensatz auf 3 %. „Es gab eine Debatte, in der einige vorgeschlagen haben, eine Senkung um einen halben Prozentpunkt in Betracht zu ziehen, aber schließlich wurde einstimmig entschieden, dass 25 Basispunkte die richtige Entscheidung seien“, erklärte Lagarde.
Die abschließende Mitteilung und Lagardes Worte geben die Formulierung auf, dass die EZB „die Leitzinsen auf einem ausreichend restriktiven Niveau halten wird“. Dies deutet darauf hin, dass die EZB zumindest eine neutrale Geldpolitik anstrebt, wenn nicht sogar eine expansive, wie von den „Tauben“ gefordert. Das Ziel ist es, die Zinsen auf ein Niveau zu senken, das Lagarde als „etwas über“ 2 % quantifizierte. Ökonomen gehen davon aus, dass dies bis Juni 2025 erreicht wird. In Frankfurt wurden sowohl die Forderungen der „Tauben“, mehr Spielraum für das Wachstum zu schaffen, als auch die Vorsicht der „Falken“ berücksichtigt. Einerseits gibt es eine „langsamer als erwartete“ Erholung der Eurozonen-Wirtschaft und die jüngsten Indikatoren deuten auf ein negatives BIP im vierten Quartal hin, mit Frankreich in einer politischen Krise, Deutschland in einer Rezession und Italien mit null Wachstum im Sommerquartal.
Die von der EZB für den Euroraum erwartete Wachstumsrate beträgt 0,7 % im Jahr 2024 (nach 0,8 % im September), 1,1 % im Jahr 2025 (nach 1,3 %) und 1,4 % im Jahr 2026 (nach 1,5 %). Bis 2027 liegt sie bei 1,3 %. Das Ziel einer nachhaltigen Inflation von 2 % rückt in greifbare Nähe, auch wenn Lagarde betont, dass „die Mission noch nicht erfüllt ist“. Die Prognosen wurden weiter gesenkt auf 2,1 % für 2025 und 1,9 % für 2026.

Diese Zahlen, basierend auf Derivatkontrakten in den Bloomberg-Terminals, legen eine Zinssenkung um 50 Basispunkte als Hauptszenario für die EZB-Sitzung am 30. Januar nahe. „Daran denke ich nicht, wirklich nicht“, entgegnete Lagarde jedoch vorsichtig. Sie betonte, dass sich „die Dinge im Laufe der Zeit ändern, abhängig von den Daten“, und dass „viele Dinge sich in den kommenden Monaten, nicht in den nächsten Wochen, klären werden“. Diese zurückhaltende Haltung enttäuschte diejenigen, die – insbesondere unter italienischen Politikern – eine mutigere EZB forderten. Auch der Präsident von Confindustria, Emanuele Orsini, hatte „mehr Mut“ von der EZB gefordert, da ein Vorgehen im Tempo eines Viertelprozentpunkts „nicht ausreicht“ angesichts einer industriellen Krise, die die verarbeitende Industrie seit fast zwei Jahren in der Rezession hält.
Für Lagarde sollte die Forderung nach einem stärkeren Wachstumsimpuls „an jemand anderen gerichtet werden“, nämlich an die nationalen Regierungen, die über die Instrumente des Haushalts und der Industriepolitik verfügen, um die strukturelle Krise im Automobilsektor zu bewältigen. Die EZB sei bereits ausreichend damit beschäftigt, die Inflation zu stabilisieren, wobei die Auswirkungen der von Trump angekündigten Zölle noch nicht vollständig abschätzbar seien: Insgesamt dürften sie preistreibend wirken, was einen Teil der Vorsicht erklärt. Ein weiterer Grund liegt in der Absicht, nicht alles auf einmal zu senken, sondern sich Handlungsspielraum zu bewahren, falls globale Risiken eintreten.
Und schließlich ist da der Wechselkurs Euro-Dollar: Der Euro befindet sich bereits jetzt knapp über einem Zwei-Jahres-Tief nahe der Parität. Eine mögliche Beschleunigung des Tempos der Zinssenkungen im Januar oder März hänge davon ab, dass die Phase der Stärke des Dollars nach Trumps Amtsantritt am 20. Januar ende, erklärte Antonio Cesarano, Chief Global Strategist von Intermonte.